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L'atteggiamento aperto ed integrale IntroduzioneEntrando in contatto per la prima volta con il pensiero di Edith Stein (1891-1939) tramite questo nostro corso intitolato «Edith Stein, interprete di San Tommaso», mi sono messo davanti per la prima volta, oltre che ad un originale ed elaborato pensiero filosofico, ad una complessa e ricca personalità umana . Da una parte , abbiamo una donna nata ed educata nel seno di una famiglia ebrea, inserita nell'ambito della cultura tedesca dei primi decenni del XX secolo. Da'll altra abbiamo anche una filosofa , una scrittrice e una professoressa impegnata, preoccupata della formazione delle donne del suo tempo, del problema sociale, antropologico e pedagogico. Ma, certamente, fu anche Santa Teresa Benedetta della Croce; una donna che, spinta dalla sua sete di verità (1) , si convertì al cattolicesimo e che, camminando sulla scia di Gesù, scoprì la sua chiamata alla consacrazione a Dio, vivendo da religiosa carmelitana. Una donna, quindi, che entrata nel mistero della nostra riconciliazione tramite la Croce di Gesù, divenne santa; un vero e proprio esempio di vita cristiana che merita di essere definita come "martire della Riconciliazione” (2) . Dunque, dinanzi a questa impressionante personalità, qualcuno potrebbe domandarsi: da che punto di vista partire per conoscerla di più? Dobbiamo privilegiare il suo essere filosofa e guardare soltanto alle sue opere filosofiche? Dobbiamo lasciare da partetralasciare il suo essere cattolica e religiosa? Possiamo ignorare la sua origine in una famiglia ebrea, proprio in Germania? Ponendomi queste domande mi sono reso conto che, in realtà, non dovevo separare quello che mi si mostrava, in tutta la sua originalità, come un insieme. Responsabile cittadina tedesca, la Stein non aveva mai dimenticato le sue radici ebree (3). Non troviamo in lei una separazione tra l'identità tedesca e quella ebrea. Dopo il suo incontro personale con il Signore Gesù, attraverso un lungo periodo di ricerca umana e filosofica, non aveva mai separato l'aspetto propriamente filosofico e razionale dalle sue profonde esperienze religiose. Anzi, nel diventare religiosa, dedicandosi alla preghiera e all'impegno per la propria santità, non aveva mai abbandonato il “mestiere” di filosofa; ciò l'aveva portata ad un livello altissimo di sviluppo umano e scientifico. Non c'è in lei, quindi, separazione tra quello che si crede e quello che si pensa, tra esperienze religiose e filosofiche. Insomma, ho presto capito che una delle chiavi di accesso, per così dire, alla vita e al pensiero della Stein non doveva essere un'arbitraria "partizione", forse mossa da qualche mio pregiudizio, bensì un atteggiamento integrale (4) . Nella vita della Stein, tutti questi elementi – donna, ebrea, tedesca, filosofa, professoressa, scrittrice, religiosa carmelitana, santa e martire – devono essere integrati esistenzialmente e non possono essere disgiunti. Chiunque si avvicini a lei, non può che stupirsi di come l'integralità sia un atteggiamento fortemente presente nella sua vita e, come vedremo, chiaramente espresso anche nel suo modo di fare filosofia. Ma questo atteggiamento integrale da dove scaturisce? Accanto ad esso, vedo un altro atteggiamento altrettanto basilare della vita della Stein e che, in una certo senso, fonda la sua originaria integrazione esistenziale: la sua onesta apertura alla realtà . Come vedremo, questa apertura alla realtà non ha nulla a che vedere con un atteggiamento acritico, eclettico o ingenuo. Al contrario, l'apertura che troviamo nella sua vita e che certamente riscontriamo nel suo filosofare è spinta dalla sua sete per la verità e certamente anche incoraggiata dal metodo fenomenologico (5). In questo senso, si tratta di un'apertura alla realtà tale e quale essa ci si mostra, in tutte le sue dimensioni e sfumature; un lasciare che le cose stesse si presentino alla nostra coscienza, senza "tagliarne" nulla. Senza questa apertura alla realtà, non si potrebbe capire come tanti elementi – che ad uno sguardo ingenuo o pieno di pregiudizi sembrerebbero in opposizione – sono stati così integralmente vissuti (6). In questo mio breve lavoro volevo mostrare, nella misura del possibile e anche come suggerimento a ulteriori ricerche, alcuni spunti della vita e del pensiero di Edith Stein in cui questi due atteggiamenti – l'apertura e L'integralità – possono essere ritrovati.
PRIMA PARTEEdith Stein e l'incontro con la fenomenologiaCos'è la “realtà”? Questa è, senza dubbio, una delle domande più affrontate e allo stesso tempo difficili da risolvere. Molti sono stati i filosofi, nella storia della filosofia, che hanno cercato di dare una risposta soddisfacente a tale delicata questione. Alle porte del secolo XX, nell'ambito tedesco, assistiamo al sorgere di una nuova prospettiva filosofica che cercherà di chiarire cosa sia la realtà; parliamo della fenomenologia di Edmund Husserl (7). Questo nuovo approccio parte dalla convinzione che la realtà non si riduce a una semplice “aggregazione di cose” (8) che esistono. Essa ha qualcosa da offrirci; è riempita di senso e noi lo possiamo cogliere. Per compiere questo “mestiere”, dobbiamo innanzitutto cambiare quello atteggiamento naturale, ingenuo, abituale, che abbiamo nella vita quotidiana, per un atteggiamento più profondo, più critico. Questo cambio d'atteggiamento è fondamentale per metterci dinanzi alla realtà con un occhio più aperto, con la mente focalizzata nell'essenziale (9). Fatto questo passo, il fenomenologo “ridurrà” il suo campo d'indagine mettendo tra parentesi quello che “naturalmente” già sa (per esempio, l'esistenza fattibile delle cose e così via) per coglierne la sua dimensione "eidetica” (10) . In questo nuovo modo di vedere le cose, cioè in questo “ ritorno alle cose stesse ” ma sotto un sguardo più profondo, ci si manifesta il mondo dei fenomeni (11) portatori di senso. Dunque, la realtà, per la fenomenologia, è strutturalmente aperta alla nostra coscienza. Non soltanto possiamo cogliere il “fatto” che ci sono le cose: possiamo anche andare oltre e percepire che ad ogni fenomeno corrisponde un vissuto interiore del tutto originale. La realtà è per noi e noi siamo per la realtà. Il filtro insopprimibile che ci permette di realizzare questa conoscenza essenziale è la nostra “coscienza”, che ad ogni originale vissuto, ci fa essere anche consapevoli della presenza costante, sempre svelta, del nostro “io” personale (12) . Tutto quello che finora abbiamo accennato ci serve per comprendere il contesto con il quale Edith Stein entrò in contatto appena arrivata all'Università di Gottinga, nel 1913. Infatti, lei era in ricerca. Voleva aprirsi, uscire da se stessa e dal suo mondo interiore e “spalancare” la sua coscienza, spinta da un cuore assetato di verità. La Stein si era appena separata dai suoi per lanciarsi in un scelta di vita – essere filosofa – ancora non del tutto chiara, anche se molto ferma. Che cosa la muoveva? É difficile capirlo nel dettaglio, però il contatto con una nuova atmosfera universitaria ed intellettuale, l'apprendimento del metodo filosofico di Husserl e la successiva applicazione alla propria ricerca personale sono stati decisivi per lo sviluppo della sua personalità. In questo senso molto importante, anzi direi fondamentale, è stato il contatto con delle ottime personalità – molti di essi fenomenologi – che l'hanno influenzata per i loro modelli e stili di vita. Ne abbiamo un esempio nel suo confronto con Scheler . Diceva la Stein: «Per me, come per molti altri, la sua influenza in quegli anni acquistò importanza anche al di là dell'ambito filosofico. Non ricordo in quale anno Scheler sia rientrato nella Chiesa Cattolica. Non doveva essere da molto. In ogni caso, in quel periodo, aveva molte idee cattoliche e sapeva divulgarle facendo uso della sua brillante intelligenza e abilità linguistica. Fu così che venni per la prima volta in contatto con un mondo che fino ad allora mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di “fenomeni” dinanzi ai quali non potevo più essere cieca» (13) . Per tutto questo, si può senz'altro dire che l'identificazione della Stein con il gruppo fenomenologico di Husserl fu ormai molto forte.» (14) . Persino dopo la sua conversione e il suo studio di San Tommaso e della vasta tradizione cattolica, così come nella elaborazione di un cammino filosofico proprio, lei ha sempre dato alla fenomenologia un grandissimo spazio. Per quanto riguarda questo tema dell'identificazione della Stein alla fenomenologia, la professoressa Anna Maria Pezzela, nel suo scritto « Edith Stein fenomenologa » ci lascia un'interessante analisi: «si sono ormai riconosciute tre linee interpretative fondamentali: la prima si interessa dell'aspetto esistenziale-spirituale; la seconda tende a mettere a confronto la filosofia steiniana con quella di Tommaso, cercando spesso, nonostante alcune critiche mosse dalla filosofa all'Aquinate, di riportare E. Stein nel tomismo; ed un terzo filone che inserisce tutto l'iter speculativo steiniano all'interno del contesto fenomenologico. Dire quale di questi tre filoni riesca meglio a cogliere la personalità ed il pensiero della Stein è cosa molto difficile, anche perché in lei c'è sempre stato un incrocio persistente di rigore logico che ha risvolti concreti nel vissuto religioso; c'è in lei una unità strettissima tra questioni filosofico-metafisiche e scelte religiose che rendono molto impegnativa la lettura e l'interpretazione delle sue opere» (15). SECONDA PARTEUna profonda apertura alla realtàQuindi, come vede la realtà Edith Stein? Ecco il punto centrale del nostro lavoro. Questo suo approccio percorre un cammino che parte dalla fenomenologia di Husserl, e passa per la tradizione filosofica antica e medioevale, giungendo all'apertura a Dio, alla sua conversione e successiva entrata nel Carmelo, senza, peraltro, abbandonare la stessa scia filosofica e fenomenologica. Queste breve parole già ci permettono di intravedere la singolare capacità di apertura ed integralità compiuta dalla Stein. Una apertura che non fu soltanto filosofica, ma anche vitale. All'apertura della sua mente, che le ha permesso di cogliere nuovi aspetti della realtà; viene l'apertura ad una nuova e più profonda dimensione: la presenza di Dio nella sua anima. 1. L'apertura a se stessa e agli altriForse una delle prime dimensioni del reale che la Stein ha cercato di capire è quello dei rapporti umani (16) . Con una certa facilità ci si rende conto, leggendo la sua Storia di una famiglia ebrea , di questa sua grandissima capacità di “entrare” in se stessa (17) e negli altri; non soltanto per soffermarsi sugli aspetti superficiali della loro personalità, ma per andare oltre. Questo atteggiamento vitale si è espresso filosoficamente già nel suo primo lavoro intellettuale, ossia la sua dissertazione di laurea presso l'Università di Gottinga, Il problema dell'empatia (18). Lei era convinta che quando compiamo questo particolare atto, cioè l'empatia, siamo in grado sia di essere oggettivamente consapevoli della presenza di un altro essere umano che ci si presenta, sia di “vivere”, nella misura del possibile e sempre analogicamente, il loro vissuto. (19) Questa speciale presenza dell'altro dentro di noi ci permette anche di conoscerci di più. Diceva la Stein nel suo il problema dell'empatia : «risulta così anche quale significato rivesta la conoscenza della persona estranea ai fini della nostra “autoconoscenza”. Essa non solo c'insegna a porci come oggetto di noi stessi, ma porta a sviluppo, in quanto empatia di “nature affini”, quel che in noi “sonnecchia”, e perciò ci rende chiaro, in quanto empatia di strutture personali diversamente formate, quel che non siamo e quel che siamo in più o meno rispetto agli altri» (20) . Proseguendo in questo esercizio di “empatia”, si può percepire l'importanza della dimensione comunitaria e solidale dell'essere umano come tale. Anche su questi aspetti, la Stein ci ha fornito interessanti analisi. La consapevolezza di essere parte di un insieme, di una comunità di persone, e della necessità che ciascuno compia responsabilmente il suo ruolo era molto caratteristico del pensiero della Stein (21); ciò si può verificare nei suoi lavori sullo Stato, sul ruolo delle donne nella società e sull'importanza della formazione e della pedagogia. Anche le sue ricche riflessione sulla storia e sulla letteratura erano permeati da questi sentimenti. Diceva la Stein: «Questo amore per la storia non significava per me un pura e semplice immersione romantica nel passato; ad esso era strettamente collegata un'appassionata partecipazione agli avvenimenti politici presenti come divenire storico ed entrambe le cose scaturivano da un senso di responsabilità sociale insolitamente forte, da un sentimento di solidarietà con tutta l'umanità, ma anche con la comunità più prossima» (22) . 2. L'apertura alla natura che ci circondaAccanto a questa particolare apertura a noi stessi e agli altri, c'è l'apertura alla natura che ci circonda. Esiste un'enorme quantità di fenomeni “naturali” che ci si mostrano e che meritano, secondo la Stein, un'adeguata riflessione, soprattutto per uscire fuori dello schema positivista delle scienze della natura del suo tempo. Diceva la Stein: «È bene tenere presente, inoltre, che le affermazioni che andremo a fare non sono una “descrizione della natura”, cioè non sono una descrizione della natura reale, esperita e posta come realtà, piuttosto sono una descrizione del fenomeno della natura, di ciò che appartiene in modo insopprimibile al vissuto della natura». (23) Le “cose naturali” non erano, per la Stein, una realtà meramente fattibile. Esse provocano costantemente la nostra coscienza, sono strutturalmente aperte a noi. Non possiamo mai aprire gli occhi senza renderci immediatamente conto della loro presenza reale. Sebbene sono realtà esterna a noi, che hanno certamente una loro consistenza (24) , non vanno mai separati dalla nostra coscienza. Per questo si può anche sostenere che la “natura” è per noi. Infatti, sul problema di questa “reciprocità” (natura oggettiva – coscienza soggettiva), Edith Stein ha anche lavorato, lasciandoci interessanti spunti per ulteriori studi sul rapporto tra «idealismo» e «realismo» (25). Più di una volta si vede, qui, il suo atteggiamento aperto ed integrale, soprattutto nel confronto di Husserl con il realismo classico. Dunque, possiamo dire, fin d'allora, che lo sguardo fenomenologico e profondamente aperto di Edith Stein aveva abbracciato tre vastissimi territori del reale: (I) la ricerca su una più profonda conoscenza di se stessa; (II) l'apertura costante agli altri; (III) la ricerca di una maggior comprensione delle “cose naturali”. Lo sguardo all'altro (che è “come” me) e quello agli oggetti della natura sono lo stesso (uno sguardo aperto e di tipo fenomenologico), però i vissuti che ci sono attivati ci rivelano non soltanto la loro fondamentale ed originale differenza ma anche la ricchezza interna del nostro “io”, sempre svelto, sempre capace di discernere e di avvicinarsi ad essi. 3. L'apertura alla realtà di DioLa sincera apertura alla realtà, tale e quale essa si presentava, ha permesso alla Stein di andare oltre. La sua sete di verità si compie nell'incontro decisivo con Dio e nell'apertura alla fede cattolica. Un'apertura che certamente era già spinta dal metodo fenomenologico, come sopra avevamo segnalato, ma che non era rimasta soltanto come mera apertura intellettuale (26) . La sua amicizia con alcune persone cristiane, che vivevano sinceramente la loro fede, la lettura “aperta” della vita di Santa Teresa di Gesù, così come la sua grande inclinazione alla profondità interiore – luogo privilegiato di incontro con Dio – l'hanno sicuramente aiutata ad aprirsi a questo incontro definitivo con Dio. Un incontro che si è realizzato nel profondo dell'anima; cioè in quella particolare “stanza” dove Dio ci aspetta (27) . Diceva la Stein: «L'anima umana come spirito e come immagine di Dio ha il compito di recepire, conoscere e amare l'intera creazione, di comprendere in ciò la sua vocazione e di realizzarla adeguatamente. Alla strutturazione graduata del mondo creato corrispondono le dimore dell'anima: essa va considerata prendendo le mosse da una profondità diversa. E se la dimora più intima è riservata al Signore della creazione, è anche ovvio che solo muovendo dalla profondità ultima dell'anima, quasi dal centro del Creatore, si dovrà ricavare un quadro veramente adeguato della creazione: non certo ancora un quadro onnicomprensivo, come quello proprio di Dio, ma sempre un quadro esente da deformazione. Così rimane assodato quello che la Santa ha additato assai chiaramente: che rientrare in sé significa avvicinarsi gradualmente a Dio» (28) . In questo senso, anche se religiosa, anche se consacrata alla preghiera e alla meditazione, la Stein non aveva mai abbandonato il suo mestiere di filosofa (29), come nella nostra introduzione avevamo accennato. L'apertura esistenziale a Dio si è espressa, allora, in un modo cristiano di fare filosofia, dove l'apertura e l'integralità si fanno molto presenti. Diceva la Stein: «la filosofia pura, intesa come scienza dell'ente e dell'essere nei loro fondamenti ultimi, è qualcosa di essenzialmente incompiuto, anche nel più alto grado pensabile di compimento, per quanto lontano possa giungere la ragione umana. Essa è anzitutto aperta alla teologia e può essere da questa integrata» (30). Tutto questo si vede in un modo assai evidente nel suo capolavoro, L'Essere Eterno e l'essere finito . L'integrazione tra fede e ragione, tra filosofia e teologia è possibile e non vedremo mai in lei, dopo la sua conversione e successiva entrata al Carmelo, un'arbitraria separazione tra queste «due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità» (31) . TERZA PARTEL'atteggiamento integrale del suo pensieroPer quanto riguarda il suo metodo personale di fare filosofia, precedentemente ne avevamo fatto qualche accenno. L'atteggiamento aperto ed integrale è così presente che, nella età matura del suo pensiero, non vedremo mai una radicale opposizione tra vita e pensiero. Questo è, senz'altro, già un grandissimo esempio di integrazione che merita essere preso come modello per una filosofia per il nostro tempo. Anche l'elemento esistenziale della fede non è dimenticato. La Stein, nell'alba del secolo XX, ci ha lasciato un enorme esempio di integrazione tra fede e ragione , tra filosofia e teologia. Volevo, allora, far risalire l'integrazione compiuta dalla Stein in altre tre aree: nella sua visione globale della filosofia; nel rapporto tra Husserl e San Tommaso; nella suo visione dell'essere umano. Ricordo che non è mio obiettivo in questo lavoro approfondire tali ambiti, ma soltanto presentarli. 1. Una filosofia integraleDinanzi a un contesto filosofico ormai in crisi (32) , come era già sottolineato da Husserl, la Stein propone una nuova integrazione filosofica. Anche se essa abbraccia un vastissimo campo di indagine che ad uno sguardo ingenuo ci sembrerebbe opposto, è una “unità nella diversità”. Diceva la Stein: «Tale unità si manifesta nel fatto che ogni singola parte ha bisogno di essere completata attraverso altre e, senza tale integrazione, essa rimane enigmatica» (33) . E nel centro di questa unità sta l'insopprimibile tema della coscienza: «Abbiamo conosciuto diversi aree di problemi filosofici scoprendo le differenti funzioni fondamentali della coscienza e gli ambiti di oggetti che vi corrispondono. Questa separazione, però, non va considerata come assoluta. In fondo la ragione è una, la coscienza è una ed indivisa e tutte le sue funzioni concorrono alla ricchezza della vita» (34) . La filosofia, per Edith Stein, è e deve essere un'unità; autonoma sì, però sempre aperta alle dimensione più profonda del nostro spirito, dove Dio si fa presente per elevarci dove non possiamo da soli arrivare. Anche i non credenti possono, se sono onesti, arrivare a questa visione olistica della filosofia. Diceva la Stein: «Se egli è libero da pregiudizi, come per sua convinzione deve essere un filosofo, non si schernirà certamente dal far questo tentativo» (35) . 2. L'integrazione tra Husserl e Santo TommasoParticolare accenno dobbiamo fare per quanto riguarda il suo tentativo di capire la visione di Husserl, il suo metodo filosofico, con quello usato da San Tommaso. Lei si era ormai convertita e, naturalmente, si era messa in contatto con una tradizione che non aveva conosciuto e che non aveva ancora valutato. Rappresenta un primo tentativo in questa direzione il piccolo schizzo la fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso d'Aquino , nello scritto commemorativo del 70° anniversario di Husserl. In esso, la Stein mette a confronto il modo di filosofare di San Tommaso con quello di Husserl, facendo conto delle cose che lo avvicinano, così come di quelle che lo separano da lui (36). La sua opera Potenza e Atto, scritta nel 1931, è un chiaro esempio di questo intento (37). Nella sua prefazione, diceva la Stein: «L'autrice, il cui pensiero filosofico è stato formato da Edmund Husserl, si è familiarizzata negli ultimi anni con l'universo di pensiero dell'Aquinate. Per lei, ora, è una necessità interiore lasciare che si scontrino in se stessa i differenti modi di filosofare che sono caratterizzate da entrambi questi nomi. Ella vede la strada per realizzare ciò in un'analisi oggettiva nei confronti dei concetti fondamentali tomisti. Sul metodo di quest'analisi rendo conto la stessa ricerca» (38). Più che valutare a fondo come è stato compiuto questo confronto (39), quello che volevo evidenziare qui, innanzitutto, è questo suo atteggiamento aperto ed integrale come un esempio concreto di quello che dovrebbe rimanere sempre presente nelle odierne riflessione filosofiche. Prima di ogni giudizio, sia negativo che positivo, per quanto riguarda qualsiasi “fenomeno” che ci si mostra, dobbiamo coltivare questi atteggiamenti: un'onesta apertura e una disposizione a “riconciliare” quello che si può, per così arrivare ad una più elevata conoscenza, alla verità che tanto cerchiamo. Nessuno può pretendere di dire la verità in modo pieno. La ricerca umana è anche una ricerca comunitaria e solidale (40). 3. L'integrità dell'essere umanoPunto centrale, sempre presente, del suo pensiero è stata la tematica antropologica. È stata la riflessione sull'essere umano una delle preoccupazioni più costanti dell'indagine filosofica della Stein. Anche qui, si possono vedere degli spunti di integralità del suo pensiero. Si potrebbe dire che la sua antropologia è ormai «un'antropologia filosofica d'impostazione fenomenologica che cerca completamenti e sostegni nella tradizione metafisica antica e medievale» (41). Collegata ad essa e così vicina l'una all'altra, va anche le riflessione fatta dalla Stein sulla pedagogia, giacché non si può pensare di educare delle persone senza avere un'adeguata conoscenza di chi è l'essere umano che si voglia educare. Antropologia e pedagogia vanno essenzialmente integrati (42). Questa sua particolare inclinazione alla tematica antropologica scaturisce, senza dubbio, dalla formazione ricevuta in quella fenomenologica; ma, secondo me, essa è anche una forte espressione della sua inclinazione e capacità naturale per mettersi in profondo contatto con la sua interiorità e di vedere gli altri. Lei è sempre stata in ricerca di un senso alla sua vita e di risposta alle domande fondamentali; cioè chi siamo noi, da dove veniamo e verso dove camminiamo. L'incontro con Gesù Cristo le ha dato, certamente, la possibilità di realizzare un'antropologia che non soltanto facesse conto del “naturalmente” rintracciabile, ma anche del “soprannaturalmente” presente in noi (43) . Più di una volta, l'integrazione tra filosofia e teologia, direi anzi tra le sue esperienze umana personale e i metodi filosofici da lei realizzate si evidenziano. Diceva la Stein: «Nel mio essere dunque mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere, di per sé senza sostegno e senza fondamento. Per due strade posso giungere a riconoscere l'essere eterno in questo fondamento del mio essere in cui mi incontro in me stesso; l'una è la via della fede quando Dio si rivela come l'Essente, il Creatore e il Conservatore e quando il Redentore ci dice: “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”; queste sono risposte chiare all'interrogativo concernente l'enigma del mio proprio essere» (44) . L'essere umano, per Edith Stein, è un essere finito , ma strutturalmente aperto all'Infinito; cioè aperto all' Essere Infinito , fonte e sostegno originale e costante del nostro proprio essere. Questo “essere umano”, finito ma desideroso dell'infinito, è innanzitutto una persona (45). E come tale, possiede una struttura così profonda, così speciale, che ci fa qualitativamente differente da qualsiasi altri essere finito presente nella natura. Sempre sulla scia della fenomenologia, Edith Stein ha rintracciato una struttura essenziale della persona umana, facendo conto di tre grande aree, tre dimensione composte di vissuti particolari; cioè il corpo , la psiche e lo spirito (46). Nucleo di queste dimensione è l'anima . Queste cosiddetti dimensioni, non sono viste come “parte”, in senso fisico, nemmeno devono essere intese separate e senza nesso alcuno tra loro. Essi sono “territori” che la nostra coscienza ci mostra e che, insieme con la nostra anima, conformano l'essere umano in quanto tale. Diceva la Stein: «La personalità umana, osservata come un tutto, ci si presenta come un'unità di caratteristiche qualitative formata da un nucleo, da un principio formativo. Essa è costituita da anima, corpo e spirito, ma l'individualità si imprime in modo del tutto puro, privo di qualsiasi commistione, soltanto nell'anima. Né il corpo vivente materiale, né la psiche intesa come unità sostanziale di ogni essere sensibile e psico-spirituale, né la vita dell'individuo sono determinati integralmente dal nucleo» (47) . Ciononostante, come si vede sopra, anche se possiamo compiere questa essenziale integrazione strutturale, l'essere umano è un individuo unico e non può essere mai ridotto ad una mera uniformità arbitraria. Non c'è nessun essere umano assolutamente uguale l'uno all'altro. L'originalità e l'individualità presente nell'essere umano, anche se integrate ad un struttura essenziale comune, è caratteristica dell'antropologia della Stein. ConclusioneAbbiamo, quindi, cercato in questo breve lavoro di far emergere alcuni spunti nei quali l'apertura e l'integralità nella vita e nel pensiero della Stein sono chiaramente ravvisabili. Tramite questi particolari atteggiamenti, la Stein aveva compiuto un largo processo di sviluppo umano e filosofico, in cui molti fattori hanno contribuito, portandola all'incontro definitivo con la Verità. Insomma, come vede la realtà Edith Stein? Mi permetto di dire, tenendo conto di tutto quello che sopra abbiamo accennato, così come della forte presenza della Croce di Gesù e del tema della Riconciliazione nella sua vita e spiritualità, che per lei la realtà è cruciforme . Voglio dire: la realtà è conformata da una dimensione orizzontale – che si compie nell'apertura sincera e “spalancata” a (I) se stessa, (II) agli altri e (III) alla natura che ci circonda – e da una dimensione verticale ; che si verifica nell'apertura dell'anima (IV) a Dio. Due dimensioni che si intrecciano in una unica persona; due dimensione che non sono mai separabile l'una dell'altra. Edith Stein aveva capito che non c'è cristianesimo senza Croce ; che il vero sviluppo della persona sta nella sua totale apertura a Dio e che questa stessa apertura non si oppone alla legittima autonomia del mondo naturale. Non c'è opposizione tra dispiegamento umano e obbedienza al Piano di Dio. Lei ci ha mostrato con la sua vita e il suo pensiero che la perfezione della vita umana sta nella santità e nella conformazione a Cristo Crocifisso. Così facendo, l'essere umano, finito ma aperto all'infinito, cammina verso quello che di più essenziale c'è nella vita umana: stabilire un eterno rapporto con la Verità. «Gli occhi del Crocefisso ti fissano
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